Danilo Maestosi
La città del disordine
succede oggi, 24 dicembre 2025
La città del disordine - Palazzo Merulana, Roma
Una bella e ricca mostra antologica "Senza cornice" ripercorre la parabola creativa di Giorgio Ortona: dal ritratto multiplo di una Roma senza regole alle più recenti inquietudini del Mediterraneo.
Senza Cornice. È il titolo con cui Giorgio Ortona ha voluto sigillare la personale in cartellone fino al primo di febbraio con cui si ripresenta al pubblico romano, raccogliendo al piano alto di palazzo Merulana un campionario della sua produzione più recente alternata a qualche opera d’esordio. Tasselli con cui salda in una fascinosa autobiografia le principali fasi della sua carriera di pittore figurativo decollata nel nuovo millennio.
Quasi un manuale di istruzioni per l’uso offerto al visitatore come chiave d’ingresso al suo immaginario creativo, che si nutre di parole e visioni e rivendica come un diritto d’autore la libertà di mutare e adottare mentre si racconta nuovi punti di vista e di narrazione, senza lasciarsi ingabbiare dal modo in cui aveva prima descritto l’emozione precedente. Per questo – spiega – non fa che battezzare e ribattezzare con nuovi nomi, nuove didascalie i quadri che ha dipinto. E da cui evidentemente non riesce a prendere commiato perché sembra vivere ogni quadro come un messaggio di sé lanciato in mare in una bottiglia, che a riprenderlo in mano e rileggerlo non gli sembra più lo stesso.
È questa sua abitudine a rivisitare ogni istante della propria vita che l’ha spinto a confezionare per questa mostra un costume di scena volutamente provvisorio, senza cornice: una sorta di diario di appunti che ripercorre senza ingessarle le tappe e i temi della sua carriera artistica, lasciandogli la libertà di incasellarsi nel copione e nel flusso in movimento delle sue esperienze e dei suoi umori, sulla scia del tempo che fugge.
Strana, indomabile bestia il tempo se lo si accarezza contropelo, e lo si rilegge come fa questo artista non come astratta categoria della mente, ma in una più appartata dimensione domestica di sorgente di affetti che, incarnati nella vita di ognuno di noi, si fanno ricordi. La vita come un già vissuto che resta incollato allo spazio, al corpo e agli oggetti e detta il ritmo delle cose che continuano ad accadere. O stanno per farlo.
È questa la scena a più facce di agnizioni e stupori su cui si concentra il realismo pittorico di Giorgio Ortona, dando respiro e quindi movimento all’apparente immobilità delle immagini che il suo sguardo registra e il suo pennello trattiene in un susseguirsi di inquadrature che gareggiano con la precisione di uno scatto fotografico. E a me ricordano quelle foto colorate e corrette su stampe in bianco e nero prima che entrassero in commercio le pellicole in technicolor.
È il modo con cui questo artista – di famiglia ebraica nato a Tripoli nel 1960, espulso dalla Libia per trovare patria e dimora a Roma quando aveva 7 anni – ha rielaborato il mistero dell’invisibile, sfida obbligata di ogni artista figurativo, depurandolo da sconfinamenti metafisici. E concentrando invece il suo sguardo sulle manifestazioni di vita e presenza dell’umanità qualunque che ci troviamo a fianco o davanti in un apparente banalità di folla indistinta che sfugge ai censimenti del merito, del denaro e del prestigio con cui in troppi si sono rassegnati a misurare il progresso.
Non il popolo sparso degli ultimi e dei penultimi, né quello organizzato degli operai che l’utopia e le rivoluzioni del socialismo hanno aggregato tra vittorie e sconfitte. Ma la folta maggioranza più o meno silenziosa della media e piccola borghesia (che oggi secerne e respira veleni nei deliri anonimi dei social), precipitata in un vortice che ha dissolto ogni connotato di classe e probabilmente inghiottito ogni capacità di riscatto. Un fiume carsico di voci e volti anonimi con cui condividiamo città, strade, piazze, servizi pubblici, luoghi di svago con la diffidenza, a volte il fastidio, degli inquilini di un condominio che si ignorano o si guardano in cagnesco.
Il primo passo in questa direzione Giorgio Ortona l’ha compiuto una quindicina di anni fa, facendo tesoro dei suoi studi di architetto e più ancora della sua esperienza di esule costretto a un lungo calvario di sforzi per farsi largo qui a Roma, la città che lo aveva adottato.
Cominciando cioè a dipingere i luoghi che più gli sembravano simbolizzare il passo decisivo della sua scalata sociale: aver trovato un nido accogliente in una di quelle anonime palazzine di periferia dentro o fuori il raccordo sociale che hanno segnato la crescita a macchia d’olio della capitale, tra abusivismo e speculazione edilizia, ma che non figurano certo tra le bellezze da non perdere di Roma.
Nei quadri che gli hanno dato riconoscibilità e un trampolino verso il successo, ha scelto di mettere in posa e ritrarre solo agglomerati residenziali, dai villini di quattro o cinque piani fino ai casermoni di dieci e più, descritte con distaccata precisione per ogni dettaglio. Finestre, balconi, terrazze. Alcune già abitate, altre ancora in costruzione, presagi di quartieri a venire, tutte isolate nella cornice di verde a perdere che stavano occupando a fianco di stradoni e consolari. Senza alcuna presenza umana. Cattivi esempi di urbanizzazione selvaggia, dormitori per tribù di pendolari, mi è venuto da pensare osservando quei quadri, esposti qui in mostra, come una campionatura degli errori e dei guasti irreparabili denunciati da me giornalista in tante campagne civili per una Roma più vivibile e accogliente.
Battaglie e giudizi che confermo: non si costruisce così una città più giusta, i mali di Roma vengono in gran parte da lì. Da questo arcipelago sconnesso e innavigabile di isole edilizie. Eppure c’è in quei quadri una forza che genera dubbi, o quanto meno il sospetto di un elemento in più, sfuggito alla vista da aggiungere sulla bilancia. La vita, i desideri, le aspirazioni della gente qualunque che si affanna a trasformare quei dormitori in abitazioni, cucce dei propri sogni, porti del proprio viaggio esistenziale. Echi invisibili in un vuoto di tracce umane che Ortona traduce in artifici e invenzioni di solido istinto pittorico: il paesaggio che avvolge lo scheletro dei palazzi o dei cantieri in un abbraccio stilizzato e improbabile di colori pastello, le pennellate di nero che prolungano in strisce di cancellazione il gioco delle ombre, l’impasto di segni che precipita in una trama di sfocature inattese come nuvole in transito.
Ho scoperto così il talento di Giorgio Ortona. E il contagioso impatto empatico della sua pittura che ci invita a rileggere il disordine vistoso di Roma e delle sue quinte marginali non come uno scempio incurabile da redimere ma come un serbatoio di esistenze a cui dare ascolto. Di rimettere in moto l’edilizia popolare non si parla quasi più e non c’è negli ultimi trent’anni intervento urbanistico su Roma che non si sia incagliato a metà strada per questa carenza d’ascolto del popolo invisibile cui era destinato. La pittura di Giorgio Ortona ha il merito di ricordarcelo. Con quel suo modo anacronistico di distillare lampi nascosti di piccola bellezza in quegli squadrati caseggiati che costellano il riassunto dei suoi viaggi ai bordi della città in espansione. Un reportage da fotoreporter di scatti dal finestrino di un’auto che poi il suo pennello rielabora. Isola, svuota, riempie d’incanto. Con una vena anacronistica, che diventa la sua forza e il suo limite. Confessata come una bussola estetica, un vezzo d’autore, in uno dei quadri inseriti nel percorso di questa mostra: uno scorcio di muro lungo chissà quale svincolo ribattezzato "Cemento romantico".
L’architettura come un campo di esercizi di stile è la scelta che lo ha portato al successo e con la quale torna a misurarsi. A volte di nuovo a zoomare sulla periferia di Roma. Con uno slancio moderato e autoironico che però smentisce i confronti che molti critici continuano a imporgli con l’esempio di due maestri della cultura del secondo Novecento, Pasolini e Renzo Vespignani, che certo sulle periferie fanno ancora scuola. Ma altri tempi, altra rabbia, altro spessore ideologico. Altra stagione di conflitti politici.
Scomodi paragoni devianti dai quali Giorgio Ortona stesso sembra volersi liberare, rivisitando l’architettura da altre angolazioni tecnicamente più aggiornate alle abitudini e all’abuso di Internet e dei social. Come fa nei lavori raccolti ed esposti qui a palazzo Merulana sulla parete di fondo. Mappe di stadi, aree e impianti sportivi di varie città del Mediterraneo, da Cagliari ad Addis Abeba, inquadrate e registrate con un colpo d’occhio ravvicinato a volo d’uccello preso in prestito da Google Maps. Superfici piatte perimetrate e abitate da fasci sabbiosi di colore pastello che sembrano simulare la partecipazione spensierata, le passioni, la fantasia regredita all’infanzia delle tribù di tifosi che frequenta e anima quei luoghi.
Nascondere per rivelare, smuovere la fantasia dell’osservatore. È un gioco che Ortona fa con se stesso. Ecco un suo autoritratto del 2018. Sulla tela solo quattro magliette appese, tre rosa, una gialla. Doveva sentirsi molto stropicciato quando l’ha dipinto. Logoro ma carico di ricordi come il copertone che ha isolato in un altro piccolo quadro lì accanto, datato sei anni dopo.
La sensazione è che il senso dell’età che avanza sia la molla che ha avviato in altra direzione il suo immaginario, riflesso allo specchio del suo io sessantenne che comincia a incurvarsi sulla magrezza della sua schiena, sulla fatica delle sue rughe.
Da qui deve essere emerso un altro leitmotiv, più esplicito e meno reticente di quei panorami urbani vivaci e deserti, che è ora il fulcro più corposo di questa personale: un campionario di ritratti singoli o di gruppo, bloccati nel qui e ora di un’istantanea. Come se all’improvviso, violando l’attesa, la gente fosse uscita da quei palazzi dove abita, decisa a reclamare il primo piano di una battuta e la propria verità di attori e comparse. A volte in coro.
Come in quella grande tela che Ortona ha voluto dedicare allo spettatore perplesso e inerte di quel brutto pasticciaccio calato dall’alto del ponte di Messina. Un passante che interroga muto e dubbioso il lungomare della sponda siciliana. O in quella panoramica di bagnanti fagottari accampati nel mare di fronte a Mergellina che sguazzano felici dove ancora si tocca, qualcuno persino a cavalcioni di una sdraio portata da casa e piazzata tra le onde.
Nella maggioranza dei casi però quadri e disegni ritraggono individui isolati sul palcoscenico dei loro gesti quotidiani quasi si raccontassero al microfono. Piccole storie di poche pretese: che strana e bella sfida da eroi senza vocazione vivere e sopravvivere così. Gustare il sole in costume, fregandosene dei seni flaccidi e della pancia che sporge. Assaporare l’aria di primavera nel cortile di casa. Mettere il piede nell’acqua a bordo piscina e puntare il dito prima di attraversarla, ripetendo la sfida di Cesare che varca il Rubicone. Togliersi le scarpe e lavarsi le gambe in un angolo di Fontana di Trevi dove non si può e tutti ti vedono, speriamo non ci siano vigili in agguato. Sembra di sfogliare un album di famiglia. Sono volti e corpi di uomini e donne vicini o oltre la mezza età, molti amici e parenti dell’autore. Che ancora una volta si nasconde, ma con segni e colori sbiaditi impressi sulle figure, gli oggetti e i cimeli di altre persone, non fa che parlare della sua errabonda inquietudine nel contare il tempo che passa. Cambia e ci cambia. Rifiutando di farsi imprigionare in cornice.